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Cantique de Jean Racine - Gabriel Faurè

data di pubblicazione: 05-12-2021
Coro Lorenzo Perosi di Fiumicello Villa Vicentina
Pianista: Alberto Olivo
Direttice: Fulvia Miniussi
Dedicato a Rina Gon
Registrazione effettuata il 5 dicembre 2021 con il contributo di USCI FVG
Il Cantique de Jean Racine (Cantico di Jean Racine), Op. 11, è una composizione per coro a voci miste e pianoforte o organo di Gabriel Fauré. Il testo, Verbe égal au Très-Haut (Verbo pari all'Altissimo), è tratto dalla traduzione francese dovuta a Jean Racine dell'inno latino Consors paterni luminis, attribuito a sant'Ambrogio e utilizzato nella liturgia del mattutino del martedì. Fauré compose il brano nel 1864-65 per una concorso interno all'École Niedermeyer di Parigi, in cui vinse il primo premio: il Cantique fu eseguito per la prima volta il 4 agosto 1866 in una versione con accompagnamento di organo e archi. Stilisticamente, vi si possono riscontrare analogie con il successivo Requiem, assieme al quale è oggi spesso eseguito.

La musica è in re bemolle maggiore, in tempo comune, Andante. L'introduzione strumentale contiene una dolce melodia consegnata all'imitazione delle voci, un basso altrettanto tranquillo e una parte intermedia caratterizzata dal ritmo terzinato. Il coro entra una voce dopo l'altra, iniziando dai bassi, ognuna introducendo metà di un verso, mentre le voci inferiori accompagnano in omofonia. La seconda strofa è separata dalla prima da un breve interludio simile per struttura all'introduzione, mentre la terza e ultima strofa segue immediatamente come una ripresa. La scrittura corale è stata descritta come "contemporaneamente trasparente e ben bilanciata" (zugleich durchlässig wie klanglich ausgewogen). Sono evidenti i richiami a Mendelssohn e a Gounod, ma è già visibile lo stile personale di Fauré.[1] Zachary Gates in un lavoro dedicato al brano afferma: "Le lunghe melodie trascinate e le evidenti appoggiature melodiche ed armoniche nel Cantique fanno parte del lato romantico del brano, ma è certamente presente un che di contemporaneo nella scrittura, nascosto nelle piccole e ben giustificate note atonali presenti nella struttura armonica e nella melodia".[7] Dopo dieci anni di studio di musica sacra, Fauré si dimostra capace di mettere in musica "un testo tanto capace d'ispirazione con un fascino incredibilmente sobrio e rispettoso".

 
Il Cantique de Jean Racine (Cantico di Jean Racine), Op. 11, è una composizione per coro a voci miste e pianoforte o organo di Gabriel Fauré. Il testo, Verbe égal au Très-Haut (Verbo pari all'Altissimo), è tratto dalla traduzione francese dovuta a Jean Racine dell'inno latino Consors paterni luminis, attribuito a sant'Ambrogio e utilizzato nella liturgia del mattutino del martedì. Fauré compose il brano nel 1864-65 per una concorso interno all'École Niedermeyer di Parigi, in cui vinse il primo premio: il Cantique fu eseguito per la prima volta il 4 agosto 1866 in una versione con accompagnamento di organo e archi. Stilisticamente, vi si possono riscontrare analogie con il successivo Requiem, assieme al quale è oggi spesso eseguito.

La musica è in re bemolle maggiore, in tempo comune, Andante. L'introduzione strumentale contiene una dolce melodia consegnata all'imitazione delle voci, un basso altrettanto tranquillo e una parte intermedia caratterizzata dal ritmo terzinato. Il coro entra una voce dopo l'altra, iniziando dai bassi, ognuna introducendo metà di un verso, mentre le voci inferiori accompagnano in omofonia. La seconda strofa è separata dalla prima da un breve interludio simile per struttura all'introduzione, mentre la terza e ultima strofa segue immediatamente come una ripresa. La scrittura corale è stata descritta come "contemporaneamente trasparente e ben bilanciata" (zugleich durchlässig wie klanglich ausgewogen). Sono evidenti i richiami a Mendelssohn e a Gounod, ma è già visibile lo stile personale di Fauré.[1] Zachary Gates in un lavoro dedicato al brano afferma: "Le lunghe melodie trascinate e le evidenti appoggiature melodiche ed armoniche nel Cantique fanno parte del lato romantico del brano, ma è certamente presente un che di contemporaneo nella scrittura, nascosto nelle piccole e ben giustificate note atonali presenti nella struttura armonica e nella melodia".[7] Dopo dieci anni di studio di musica sacra, Fauré si dimostra capace di mettere in musica "un testo tanto capace d'ispirazione con un fascino incredibilmente sobrio e rispettoso".